Perché non si circonda il disagio di rispetto, di amore?

L’esperienza della malattia mentale, a cui assisto come madre, mi ha indotto ad affacciarmi su problematiche che non avrei mai affrontato partendo dalla mia preparazione umanistica. Tuttavia è proprio da questo versante che provengono domande ed ansie a cui non trovo risposte.

La schizofrenia è una malattia? L’interpretazione ora prevalente sulla sua origine, identificata in fattori biogenetici, indurrebbe a pensare che la sua incidenza e gravità la circondassero di una partecipazione sensibile e attenta, diffusa nella comunità da una produzione culturale che non lasciasse dubbi sulle anomalie del comportamento e sul grado di sofferenza che vi sono connessi. Anomalie viste come una stranezza risibile, talora anche colpevole o comunque terribile, da respingere nella marginalità della convivenza. Sofferenza di un andare diversificandosi dall’intendere comune, acutizzata da questa stessa marginalità.

Ma se di malattia si tratta, se ad un’origine biogenetica la si riconduce, perché non vi si adibisce un grande impegno di ricerca applicata, una pubblica mobilitazione di mezzi, come per i tumori e la scerosi? Potranno mai medici e operatori porsi di fronte a questi malati in modo scientifico e non distaccato e difensivo? Perché non si circonda il disagio di rispetto, di amore? E come non provare questi sentimenti davanti a un uomo colpito in quanto c’è di più umano: la coscienza?

Ma è proprio sotto questo aspetto che vorrei esprimere qualche dubbio su diagnosi e terapia (chimica) a cui la psichiatria attuale è prevalentemente attestata. Se infatti situazioni di stress di minore o maggiore grado possono creare scompensi anche a ciscuno di noi (che però ne siamo forse sorpresi in momenti in cui siamo attrezzati a superarli), come non comprendere che possano provocare lesioni sensibili in una tessitura interiore più fragile e impreparata? Non a caso simili condizioni patogene cadono in coincidenza con il passaggio adolescenziale dei 17 – 18 anni, che è un tipico tempo di crisi. Anche in corso di malattia, un’alterazione del trend terapeutico rivelatosi utile, o di rapporti positivi, o l’insorgere di relazioni negative, o un qualsiasi ulteriore incidente, possono determinare un peggioramento a volte irreversibile. Viceversa, un contesto distensivo, aperto e fertile, può alla lunga evocare, in tutto o in parte, quel senso di sé che il malato era andato smarrendo.

E’ questa un’esperienza di cui sono testimone. Un fattore psicologico non è comunque estraneo ai mutamenti della psiche, integra o lesa che sia. Di questo gli altri, le persone comuni o deputate alla conoscenza e alla cura del disagio, dovrebbero tenere conto.

Un mio figlio vive ora in una comunità terapeutica, umana, preparata ed efficace, di cui mostra evidenti benefici.

Sono preoccupata che questa sua condizione possa essergli alienata dai progetti di riforma programmati sulla salute mentale.

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